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Sezione Femminile Stampa e Commenti

Cinema-Teatro Santo Spirito, Ferrara

COMUNICATO STAMPA FILM SEZIONE FEMMINILE

La casa di produzione R2production e il Cinema Santo Spirito di Ferrara informano che il giorno 22 febbraio alle ore 21 ci sarà la presentazione e proiezione del film ‘Sezione Femminile’ diretto da Eugenio Melloni, seguiranno quelle del 23 (ore 18.00) e 24 febbraio (ore 16.30).

Partecipano alla presentazione del film, oltre al regista, Luisa Garofani direttore del Servizio Dipendenze Patologiche AUSL FE e Marina Zappaterra per un omaggio all’architetto Gianni Pirani.

Il film, prodotto a seguito di un laboratorio di cinema con le detenute della Casa circondariale di Bologna, vede il coinvolgimento di Ferrara per una location, l’auditorium del Conservatorio G. Frescobaldi e per i contributi artistici e creativi dell’architetto Gianni Pirani, del musicista Andrea Poltronieri, di Riccardo Badolato per le riprese e di Romina Carla Pucci psicologa.

Con il film Sezione Femminile il regista ha voluto portare sullo schermo uno sguardo inedito sul carcere. Il lungometraggio non è un documentario né una fiction classica, è stato definito appartenere a un genere ‘fuori norma’ (Adriano Aprà).

Eugenio Melloni come sceneggiatore ha tra gli altri un film girato a Ferrara, ‘La vita come Viene’ di Stefano Incerti. Tra i protagonisti Stefania Sandrelli, Tony Musante, Stefania Rocca, Valeria Bruni Tedeschi, Alessandro Haber, Claudio Santamaria.

Il film ‘Sezione Femminile’ sarà proiettato inoltre l’8 Marzo nella Casa circondariale di Ferrara e l’11 aprile al cinema don Zucchini di Cento (Fe).

Allegati report e scheda film. Contatti: produzione, Riccardo Badolato +39 340 4981681, info@r2production.it .

Cinema S.Spirito, Enrichetta Maregatti, 0532 200181, cinespirito@libero.it .

22-23-24 febbraio, al Cinema S.Spirito, Ferrara

8 marzo, alla Casa Circondariale di Ferrara

11 aprile, al cinema don Zucchini, Cento, Ferrara

una distribuzione passo dopo passo –

info@r2production.

Intervista

Sezione femminile: un film “fuori norma”

Eugenio Melloni, regista bolognese, coordina il progetto di ricerca sperimentale “Memofilm, a memoria di uomo” sull’uso del cinema come terapia di supporto ai malati di demenza e cura un Laboratorio Cinema presso la Sezione Femminile del Carcere di Bologna

INTERVISTA – Eugenio Melloni, regista bolognese diplomato in regia teatrale, non ha alle spalle soltanto una lunga esperienza come autore e collaboratore a svariati progetti teatrali e cinematografici (in qualità di sceneggiatore ha lavorato, tra gli altri, anche con Lucio Lunerti, Stefano Incerti, Wim Wenders): la sua sensibilità umana e artistica lo ha condotto, a partire dal 2007, a coordinare – per conto della Cineteca di Bologna, insieme all’ASP Città di Bologna, il progetto di ricerca sperimentale Memofilm, a memoria di uomo, sull’uso del cinema come terapia di supporto ai malati di demenza, avviato insieme a Giuseppe Bertolucci. Per Mimesis edizioni, nel gennaio 2014, è uscito un saggio collettivo sui primi risultati scientifici della ricerca in corso, dal titolo Memofilm, la creatività contro l’Alzheimer.

Da novembre 2015 Melloni cura un Laboratorio Cinema presso la Sezione Femminile del Carcere di Bologna, un’esperienza da cui è nato un lungometraggio che racconta senza retorica, con sincerità, emozione, ma senza allinearsi ai tradizionali film sul mondo del carcere la condizione umana all’interno di un contesto doloroso e complesso.

Sezione femminile è una pellicola originale, lontana sia dal documentario propriamente detto sia dall’opera di pura finzione, che sta riscuotendo, dopo le prime presentazioni a Bologna e a Roma lo scorso mese di dicembre, molti riscontri positivi sia dal pubblico che dai critici (compreso il decano della critica cinematografica italiana, Adriano Aprà).

Abbiamo domandato ad Eugenio Melloni di raccontarci la sua esperienza del film e quella del laboratorio di cinema in carcere da cui è nata.

Com’è ti è venuta l’idea di dedicare un lungometraggio alla realtà carceraria femminile? Non è stata una mia idea. Un’associazione che si occupa di medicina di genere Meg, nell’ambito di un progetto del Comune di Bologna, me l’ha proposto. Allora pensavo che di film sul carcere se ne facessero anche troppi. E che raccontare la sofferenza di chi aveva procurato sofferenza ad altri non fosse poi così interessante. E parecchio complicato. Quando ho chiesto perché farlo, mi è stato risposto che le donne in quanto tali rischiano di pagare un supplemento di pena in carceri strutturati per i maschi. Le donne del resto costituiscono circa il 10 per cento della popolazione carceraria. Allora ho accettato, ma solo come possibile conclusione di un percorso laboratoriale.

In cosa si distingue il tuo film rispetto alle opere – di finzione o documentarie – prodotte in passato sul tema? Che documenta senza essere un documentario e che emoziona senza essere una fiction tipica. Non racconta la condizione carceraria a mo’ di inchiesta o altro. E’ fuori norma come è stato scritto da altri.

Sezione femminile nasce anche da un laboratorio biennale da te condotto in carcere, a diretto contatto con le detenute, la loro durissima esperienza, le loro memorie di vita. In che forme si è svolto il laboratorio e qual’è stato il tuo vissuto personale in questo contesto? C’è voluto qualche mese di formazione e discussione prima che le detenute si potessero misurare con la propria esperienza, per poterla raccontare secondo forme narrative proprie del cinema dove la realtà è sempre trasfigurata. Il cinema è un gioco di specchi, obbliga alla riflessione che può essere più o meno profonda. Superata questa fase, ne è iniziata un’altra più creativa legata al recupero dell’immaginazione. Il film, in effetti, parla indirettamente anche di un percorso rieducativo con i media.

Qual è il “messaggio” del film e quale immagine restituisce della condizione detentiva, non soltanto femminile? Uso le parole di una spettatrice, anche se sono estrapolate da un commento: “restituisce un’immagine di carcere diversa da quella che normalmente si ha, più aperta e più positiva. La gente può farcela se viene aiutata”. Mettendo da parte il buonismo, il carcere ci sarà sempre e ci sono cittadini al posto nostro che lavorano per farlo funzionare secondo i dettami della legge, con tutto un sistema di controlli tipici di un ordinamento democratico. Il fatto che alcune agenti abbiano deciso di dare un contributo al film su un tema doloroso, dice molto sul fatto che la dimensione umana è inevitabilmente presente in quei luoghi.

Qual’è stata la reazione delle donne che hanno frequentato il tuo laboratorio a contatto con il mezzo cinematografico? La fascinazione del cinema è sempre più che mai viva. Tema complesso. Averlo, però, accettato come viatico di riflessione ha permesso a loro di conoscerlo in modo più disincantato.

La creatività, l’arte in genere, possono – a tuo parere – supportare chi si trova a vivere l’esperienza carceraria? Certamente, se non è strumentale a chi la porta dentro. Per ciò che riguarda il nostro laboratorio, una delle condizioni era quella di non pensare di vendere la propria condizione di detenute all’esterno, premessa del resto perché il percorso rieducativo fosse il più possibile autentico, sincero.

Quali sono le prossime tappe di presentazione del film? R2 production (www.r2production.it ), che ha prodotto il film senza contributi pubblici o aiuti di grossi media, ha deciso anche di distribuirlo, accompagnandolo per mano secondo un progetto che prevede anche la proiezione dentro le carceri, un dentro e fuori al carcere. Contando sulla qualità e originalità del film, che è uscito in prima al cinema a Bologna a fine novembre, poi a Roma a dicembre con l’Associazione Fuorinorma e all’Università Roma3, con riscontri più che positivi. E voglia di parlarne. Proseguirà nei cinema dell’Emilia Romagna e mi auguro anche in Piemonte e ad Alessandria.

Il ricordo del periodo di lavorazione che più è rimasto nella tua memoria? I momenti in realtà sono stati diversi, ma cito il montaggio, la conferma che non avevamo lavorato invano, che potevamo offrire al pubblico uno sguardo inedito su un tema difficile come le carceri e sulle donne rinchiuse in esse.

Barbara Rossi redazione@alessandrianews.it 19/01/2019

Fata Morgana

Autenticare l’immagine

26 NOVEMBRE 2018 DARIO CECCHI, USCENDO DAL CINEMA

di DARIO CECCHI

Sezione femminile di Eugenio Melloni.

Sezione femminile, il recente film di Eugenio Melloni, racconta le storie di alcune detenute della sezione femminile di un carcere vicino Bologna. Il lavoro è il frutto di una lunga frequentazione di queste donne, com’è naturale che sia per un’impresa del genere. C’è una difficoltà ulteriore, che riguarda il divieto o il rifiuto a riprendere i luoghi di detenzione e le donne detenute. Bisogna aggiungere che Melloni arriva a firmare questo film forte di una lunga esperienza nel progetto “Memofilm“. Due parole su questo progetto sono necessarie per comprendere la complessità della personalità di Melloni e il suo modo di lavorare.

Memofilm nasce alcuni anni fa dalla collaborazione tra la Cineteca di Bologna, allora diretta da Giuseppe Bertolucci, e i neuropsichiatri in servizio presso l’Ospedale Rizzoli-Sant’Orsola della stessa città. Il progetto si rivolge ai malati di Alzheimer. Com’è noto, non c’è una cura per questa malattia. L’ipotesi da cui parte la sperimentazione che vede collaborare insieme medici, ricercatori e operatori dell’audiovisivo è che sia però possibile elaborare terapie di rallentamento del decorso della malattia. Il problema centrale del morbo di Alzheimer è la progressiva perdita della memoria da parte dei pazienti, fino a dimenticare il modo di espletare le più elementari funzioni vitali. Producendo brevi film, il gruppo ha potuto verificare come i pazienti arrivassero a rallentare in misura considerevole gli effetti della malattia e a recuperare, in alcuni casi, le funzioni vitali di cui avevano perso l’uso.

I memofilm sono film particolari. Non si tratta semplicemente di costruire narrazioni della vita e del vissuto dei pazienti. Questi ultimi sono coinvolti, insieme a parenti e amici, nel processo di ri-costruzione della loro storia. Le storie non sono raccontate secondo moduli narrativi tradizionali: gli elementi più disparati sono chiamati in causa per costruire trame che non rispondono al criterio della buona “configurazione” del mythos, ma che sono spostate sull’effetto catartico del racconto, sul momento della “rifigurazione” dell’esperienza presente dello spettatore. Il paziente è chiamato a partecipare al memofilm in più momenti, sia come attore che come spettatore.

Solo in questo modo l’interazione con le immagini può essere efficace e la creatività immaginativa del film arriva a supportare la progressiva degenerazione delle attività mentali del paziente. Quest’ultimo, per così dire, deve muoversi dinamicamente dentro e fuori lo schermo, riattivando in questo modo circuiti della memoria altrimenti sopiti. Cogliendo la portata politica – oltre che terapeutica, etica ed estetica – del progetto, Bertolucci aveva immaginato addirittura un momento in cui si sarebbero organizzati preventivamente dei memofilm di tutta la popolazione, in modo da poter intervenire tempestivamente all’eventuale insorgere della malattia.

L’ultimo film di Melloni si iscrive perfettamente all’interno di questa linea che definirei di “cinema civile”. Da questo punto di vista i rigidi limiti imposti alla lavorazione di Sezione femminile, per quanto riguarda la visibilità delle detenute e dei loro luoghi di detenzione e di vita, non è percepita come una mancanza del film. Il regista coglie perfettamente come una delle poste in gioco nel cinema documentario oggi non sia tanto quella di saturare la visibilità del reale, quanto quella di attivare processi di riscrittura o rielaborazione dell’esperienza attraverso le immagini e i racconti.

Laddove le immagini sono mancanti per ragioni storiche, culturali, legali o documentarie, il cinema del reale contemporaneo, almeno quello più esposto politicamente, in Italia e nel resto del mondo – da Joshua Oppenheimer a Rithy Panh, da Costanza Quatriglio a Leonardo Di Costanzo – non si è preoccupato tanto di soddisfare un’esigenza di autenticità delle immagini, che sono per definizione ambigue, quanto di riabilitare attraverso le immagini procedure di autenticazione della storia, presente o passata.

Autenticare la realtà attraverso un’immagine significa istruirne nuovi momenti di ricognizione ed eventualmente di riconoscimento. In questo senso il fatto che l’azione sia ricostruita negli spazi abbandonati di un’architettura industriale, che i dialoghi siano riscritti e le diverse parti recitate non costituisce affatto un limite del film: il regista ne è consapevole e tende il più possibile a dichiarare le scelte di ri-collocamento del racconto. Non si tratta di una scelta di ripiego per fare fronte ai divieti delle autorità o di altra natura.

Particolarmente potente è l’inquadratura d’insieme in cui ci viene mostrato lo spazio industriale abbandonato, un capannone presumiamo, in cui si andranno a rimettere in scena gli episodi di vita delle detenute, i loro dialoghi interrotti o separati da muri, i loro pensieri e sentimenti. In questo momento capiamo di non dover collocare la storia o nello spazio reale del carcere o nello spazio di finzione della messa in scena. È piuttosto nello spazio tra queste due dimensioni, che assurge a vero e proprio “spazio-tra” o “inter-spazio”, vale a dire in un luogo di mediazione dei fatti e di negoziazione del loro significato, che dobbiamo muoverci. Un primo esempio di questo lavoro lo ha offerto Cesare non deve morire (2012) dei fratelli Taviani.

Si vede qui l’analogia con quanto avviene nei memofilm: lo spettatore si deve muovere tra lo schermo e la realtà, tra le diverse dimensioni del reale evocate dalle immagini, per scegliere quale percorso seguire nella storia, di quali fatti autenticare il significato rispetto all’esperienza che va facendo. Il fatto che lo spettatore, a differenza di quanto accade con i memofilm, non sia direttamente coinvolto con i fatti narrati non costituisce un problema: si tratta anzi di un’occasione propizia per rilanciare e rafforzare il carattere propriamente politico di questo tipo di cinema civile.

La collocazione nello spazio-tra, né (sia) architettura industriale né (sia) prigione, né (sia) reale né (sia) di finzione, abilita la riqualificazione dell’occhio dello spettatore come sguardo di un cittadino partecipe, che decide i molteplici e possibili sensi che l’incontro tra storie diverse in uno spazio pubblico fa emergere. Il fatto che tale spazio-tra inviti a una ri-disposizione instabile e incerta – per riprendere il titolo di un celebre film sperimentale degli anni sessanta, Verifica incerta (1965) di Gianfranco Baruchello e Alberto Grifi – non solo delle storie, ma anche della disposizione d’animo con cui lo spettatore-cittadino è chiamato a valutare i fatti, rafforza l’atteggiamento politico da assumere di fronte a questo film: la regola per giudicare la vita delle detenute non c’è ancora, va trovata, è un compito in carico allo spettatore.

Così, la storia della lettera con cui un’ex detenuta sceglie di confessare il proprio passato carcerario alla figlia che non sa nulla diventa, grazie alla trasposizione nel mondo della finzione, non tanto una trasfigurazione poetica di una condizione dolorosa come quella della prigione, quanto la trasformazione di un ricordo personale in una domanda di liberazione politica, di possibilità di porre come questione comune il problema della vita dentro e fuori dal carcere.

IL POSSIBILE LEGAME DI STILE E CONTENUTO TRA UN MEMOFILM E IL LUNGOMETRAGGIO SEZIONE FEMMINILE del regista Eugenio Melloni.

Una recensione apparsa su Fata Morgana di Dario Cecchi prova a scavare sulle caratteristiche di un’opera che documenta senza essere un documentario, che emoziona senza essere una fiction:

Cattura Fata Morgana.JPGSezione femminile, il recente film di Eugenio Melloni, racconta le storie di alcune detenute della sezione femminile di un carcere vicino Bologna. Il lavoro è il frutto di una lunga frequentazione di queste donne, com’è naturale che sia per un’impresa del genere. C’è una difficoltà ulteriore, che riguarda il divieto o il rifiuto a riprendere i luoghi di detenzione e le donne detenute. Bisogna aggiungere che Melloni arriva a firmare questo film forte di una lunga esperienza nel progetto “Memofilm“. Due parole su questo progetto sono necessarie per comprendere la complessità della personalità di Melloni e il suo modo di lavorare…(per continuare a leggere clicca qui )

 

I primi commenti frutto di una VISIONE privata durante la lavorazione:

“…debbo confessare che non mi aspettavo un’opera di tale ricchezza e complessità. Non solo sul piano strutturale, con quel continuo passaggio dal livello della realtà a quello della finzione fino a quello della libera fantasticheria e del sogno… ma anche e soprattutto sul piano della tematica che il film elabora: la funzione trasformativa del carcere. Un argomento estremamente difficile e delicato che il tuo film risolve in modo del tutto convincente e mai banale, senza scadere in nessun momento nel facile patetismo. Così, resta davvero nel cuore la lettura della lettera che conclude il film: un momento di assoluta sincerità che però viene conquistato solo grazie al grande lavoro preparatorio che l’orchestrazione polifonica del testo ha saputo pian piano preparare.”Pietro Montani, filosofo e professore Onorario Dipartimento di Filosofia  La Sapienza Università di Roma, Direttore scientifico dell’Edizione italiana delle Opere scelte di S. M. Ejzenštejn.

“Dato il laboratorio biennale che ha preceduto la realizzazione del film, ci si sarebbe potuti aspettare un normale cinema del reale sulla condizione carceraria. Il film è tutt’altra cosa. Una struttura narrativa originale, articolata su più livelli, dove il limite fra ricostruzione (finzione) e documentario si confondeIl film mi è piaciuto molto. Costruzione narrativa assai originale, stile personale… ” Adriano Aprà, Critico, saggista, organizzatore culturale, ha fondato e diretto la rivista Cinema e Film. Ha curato libri su Andrè  Bazin, Jean-Luc Godard, Raffaello Matarazzo, Andy Warhol, Straub e Huillet, Alessandro Blasetti, Pietro Germi, Roberto Rossellini.

 

“… molto interessante e ben strutturato…  suggestivo il mescolamento di registri narrativi…”Ivelise Perniola, docente cinematografia documentaria presso l’Università di Roma 3. Tra i suoi libri L’era postdocumentaria, Mimesis edizioni.

“….la peculiarità (del film) risiede nello straordinario focus che riesce a restituire sulla detenzione al femminile, investigando fra le pieghe dei sentimenti più intimi – come per esempio sul rapporto a distanza con i figli …. una chiave importante per sensibilizzare lo spettatore relativamente all’imprescindibile contenuto di umanità che la detenzione deve sempre mantenere…“Antonio Ianniello, Garante per i diritti delle Persone private della Libertà personale, Comune di Bologna

 

“…Queste sono immagini tradotte in film che raccontano, a volte con una forza brutale a volte con dolcezza assoluta, delle storie che si impastano insieme in un’unica drammatica verità.” Gianni Pirani, architetto.